Per gli storici Trump ha cambiato la democrazia americana in modo duraturo
Un sondaggio di Politico tra undici storici e scrittori per i 250 anni degli Stati Uniti: i voti alla democrazia sono per lo più mediocri, ma sette restano ottimisti sul futuro
Nove storici su undici interpellati dal settimanale Politico ritengono che l'amministrazione Trump abbia cambiato la democrazia americana in modi destinati a durare oltre la fine del suo mandato. È uno dei risultati di un sondaggio condotto per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, in cui a undici tra storici e scrittori è stato chiesto di dare un voto allo stato di salute della democrazia americana e di riflettere sul futuro del Paese.
I voti assegnati sono per lo più mediocri. Nel sistema scolastico statunitense le valutazioni vanno dalla A, il massimo, alla F, la bocciatura, con la C nella media e la D appena sopra l'insufficienza. La maggioranza degli intervistati si ferma su una C, mentre due storici, Colin Woodard e Woody Holton, danno una D e parlano di una democrazia vicina al fallimento. Uno solo, Tevi Troy, arriva a una B+, definendo il sistema imperfetto ma "migliore di tutte le alternative", con un richiamo a una celebre frase di Winston Churchill.
Il tagliando dei 250 anni
La democrazia americana prende appena la sufficienza dai suoi storici
Per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, Politico ha chiesto a undici tra storici e scrittori un voto sullo stato di salute della democrazia americana. Il voto più diffuso è una C — e nove su undici ritengono che i cambiamenti dell'era Trump siano destinati a durare.
Grafica di FocusAmericaLuglio 2026
La pagella · I voti assegnati dagli undici storici, dalla A (massimo) alla F (bocciatura)
C
Il voto più diffuso: lo assegnano 8 storici su 11
0
A
1
B+
8
C
2
D
0
F
Nessuno assegna una A e nessuno boccia con una F. Il voto migliore è un B+, il peggiore una D: per Colin Woodard e Woody Holton la democrazia americana è vicina al fallimento.
Quattro capitoli del sondaggio
Un'impronta destinata a restare
Quasi tutti gli intervistati ritengono che l'amministrazione Trump abbia cambiato la democrazia americana in modi destinati a durare oltre la fine del mandato.
9 su 11
Su undici interpellati, nove pensano che le trasformazioni di questi anni non si esauriranno con la fine del mandato.
Rottura o continuità? Gli intervistati si dividono a metà
5
5
Rottura duraturaQuesto momento segna una frattura con il passato del Paese
ContinuitàÈ la prosecuzione di tendenze già presenti nella storia americana
0
Nessuno pensa che l'amministrazione Trump sia una parentesi destinata a chiudersi senza lasciare traccia
2
Soltanto in due la vedono come un'anomalia che rientrerà quando il presidente lascerà la Casa Bianca
I mali che pesano sui voti
Le ragioni più citate dietro i giudizi negativi sullo stato di salute della democrazia.
01
Il peso del denaro in politica
Per Woody Holton le elezioni sono decise sempre più dai miliardari e dal dark money, i finanziamenti di provenienza anonima.
02
Il gerrymandering
Sheryll Cashin punta il dito contro il ridisegno dei collegi elettorali per favorire un partito, incoraggiato a suo giudizio dalla Corte Suprema: così gli eletti si scelgono gli elettori.
03
La sfiducia nelle istituzioni
L'erosione della fiducia riguarda soprattutto le generazioni più giovani.
04
L'accesso al voto
Pesano la scarsa partecipazione alle urne e i tentativi di rendere più difficile votare.
Che cosa rende americano qualcuno nel 2026
Per Colin Woodard è una disputa aperta fin dal primo giorno di storia del Paese, tra due idee opposte di nazione.
La prima idea
Nazione civica
Una nazione fondata sull'adesione agli ideali della Dichiarazione d'Indipendenza. La cittadinanza non dipende dall'etnia o dalla religione: per Woodard è stata questa la vera forza americana degli ultimi 150 anni.
La seconda idea
Nazione etnica
Una nazione definita da sangue, religione e origini comuni. È l'idea dietro l'espressione «heritage Americans», rilanciata dal vicepresidente JD Vance e dal senatore Eric Schmitt: i discendenti, in gran parte bianchi e protestanti, di chi combatté nella guerra civile e partecipò alla conquista delle terre dei nativi.
La minaccia più concreta
Per lo storico Alan Taylor sono i tentativi di restringere la cittadinanza e di rendere il voto più difficile a mettere a rischio le istituzioni nate con i padri fondatori.
Un ottimismo prudente
Nonostante i voti mediocri, la maggioranza degli intervistati guarda al futuro del Paese con fiducia.
Si dicono ottimisti sul futuro degli Stati Uniti
7 su 11
Considerano gli Stati Uniti una forza positiva nel mondo
8 su 11
La domanda finale · Gli Stati Uniti dureranno altri 250 anni?
4
6
1
Sì · 4
Incerti · 6
No · 1
«La repubblica è ancora in piedi»Todd Bennett, storico
FontePolitico Magazine, sondaggio tra undici storici e scrittori per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, luglio 2026.
NotaAlla domanda su rottura o continuità hanno risposto dieci intervistati su undici.
Tra le ragioni dei giudizi negativi ci sono il peso del denaro nella politica e la manipolazione dei collegi elettorali. Per Holton le elezioni sono decise sempre più dai miliardari e dal "dark money", cioè i finanziamenti di provenienza anonima. Sheryll Cashin punta invece il dito contro il "gerrymandering", il ridisegno dei confini dei collegi elettorali per favorire un partito, incoraggiato a suo dire dalla Corte Suprema, che consente agli eletti di scegliersi gli elettori. Altri citano l'erosione della fiducia nelle istituzioni, soprattutto tra i più giovani, la scarsa partecipazione al voto e i tentativi di rendere più difficile votare.
Sette storici su undici si dicono comunque ottimisti sul futuro e otto su undici considerano gli Stati Uniti una forza positiva nel mondo. Todd Bennett ricorda che "la repubblica è ancora in piedi" e alla domanda se il Paese durerà altri 250 anni quattro rispondono di sì, uno di no e sei restano incerti.
Alla domanda su cosa renda americano qualcuno nel 2026, Colin Woodard descrive una disputa aperta fin dal primo giorno di storia del Paese: se gli Stati Uniti siano una nazione etnonazionalista, definita da sangue, religione e origini comuni, oppure una nazione civica, fondata sull'adesione agli ideali della Dichiarazione d'Indipendenza. Woodard cita l'espressione "heritage Americans", gli americani di ceppo, rilanciata dal vicepresidente JD Vance e dal senatore repubblicano Eric Schmitt del Missouri: indicherebbe i discendenti, in gran parte bianchi e protestanti, di chi combatté nella guerra civile e partecipò alla conquista delle terre dei nativi. Per lui la vera forza americana degli ultimi 150 anni è stata invece che la cittadinanza non dipende dall'appartenenza a una determinata etnia o religione.
La minaccia più concreta, per lo storico Alan Taylor, sono i tentativi di restringere la cittadinanza e di rendere il voto più difficile, un tema che si intreccia con l'allarme più ampio sulla tenuta delle istituzioni nate con i padri fondatori. Sul significato di questo momento gli intervistati si dividono a metà: cinque su dieci lo considerano una rottura duratura con il passato, gli altri cinque la continuazione di tendenze già presenti nella storia americana. Nessuno pensa che l'amministrazione Trump sia una parentesi destinata a chiudersi senza lasciare traccia e solo due la vedono come un'anomalia che rientrerà quando il presidente lascerà la Casa Bianca.