Trump chiede a Israele e Iran di fermare gli attacchi dopo la ripresa della guerra
Il presidente americano è intervenuto su Truth Social dopo che Netanyahu ha ignorato la richiesta di non rispondere ai missili iraniani. Teheran ha annunciato la sospensione delle operazioni, ma avvertito di essere pronta a riprendere se Israele continuerà ad attaccare il Libano.
Il presidente statunitense Donald Trump ha chiesto oggi a Israele e Iran di fermare immediatamente gli attacchi, con un messaggio pubblicato su Truth Social. L'appello è arrivato dopo la ripresa della guerra tra i due Paesi, nella più grave escalation dal cessate il fuoco dell'8 aprile. Il conflitto si è riacceso ieri, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ignorato la richiesta di Trump di non reagire ai missili iraniani lanciati contro Israele. Gli attacchi incrociati tra ieri notte e questa mattina rischiano ora di far saltare i negoziati tra l'Amministrazione americana e l'Iran e di trascinare di nuovo gli Stati Uniti nel conflitto.
Il raid in Libano e la risposta iraniana
La nuova crisi è iniziata a seguito di un raid israeliano in Libano, contro il gruppo militante Hezbollah alleato dell'Iran, nei pressi di Beirut, dove si trova il suo quartier generale. Teheran ha interpretato questo raid come una violazione del cessate il fuoco con Stati Uniti e Israele e ieri notte ha risposto con ondate di missili balistici contro Israele.
In risposta, questa mattina le forze aeree israeliane hanno colpito alcuni sistemi di difesa aerea che l'Iran aveva ricostruito durante la tregua. In seguito hanno attaccato un grande complesso petrolchimico che, secondo l'IDF, produceva materie prime usate per fabbricare armi. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno risposto subito minacciando di colpire infrastrutture energetiche in Israele e nei Paesi del Golfo, se gli attacchi dovessero continuare. Anche i ribelli Houthi dello Yemen sono poi entrati nel conflitto, lanciando due missili contro Israele e minacciando di attaccare le navi israeliane nel Mar Rosso.
La guerra che Trump non riesce a fermare
Un raid israeliano in Libano ha riacceso il conflitto tra Israele e Iran, creando la più grave escalation tra i due Paesi dalla tregua dell'8 aprile. Trump ha chiesto due volte a Netanyahu di fermarsi, ma il premier israeliano ha ordinato nuovi raid su Teheran.
Tra i due alleati si è aperto uno strappo che rischia di trascinare di nuovo gli Stati Uniti in guerra.
Come un raid in Libano ha riacceso la guerra
Ogni attacco ne ha innescato un altro. La cronaca di un'escalation a catena, dal primo raid in Libano all'ingresso di nuovi attori nel conflitto.
Cinque attori per un fronte che si allarga
Le posizioni delle parti coinvolte, dagli Stati Uniti ai gruppi alleati dell'Iran entrati nel conflitto. Tocca ogni voce per leggere la sua posizione.
Cerca da settimane un'intesa con Teheran e chiede a Israele di fermarsi, per non far saltare i negoziati in corso ed evitare di essere trascinato di nuovo in guerra. La linea di Washington: «questo ciclo deve finire».
Riprende i raid contro Iran e Hezbollah, contro la volontà di Trump. Si dice pronto a fermarsi solo se l'Iran non risponderà, ma continua a colpire obiettivi di Hezbollah in Libano.
Risponde ai raid in Libano con ondate di missili contro Israele e minaccia le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo. Poi annuncia una sospensione delle operazioni, ma promette «misure più severe e schiaccianti di prima» se Israele continuerà le sue operazioni in Libano.
È il bersaglio del raid israeliano vicino a Beirut che ha innescato la nuova crisi. Il suo disarmo resta la posta in gioco principale per Netanyahu, che teme di vedersi legate le mani da un'intesa tra Trump e l'Iran.
Entrano nel conflitto lanciando due missili contro Israele e minacciano di attaccare le navi israeliane nel Mar Rosso, allargando potenzialmente lo scontro a una nuova area.
Perché Netanyahu sfida la Casa Bianca
A Netanyahu è stato detto esplicitamente che questo ciclo deve finire. Gli Stati Uniti non hanno approvato né sostenuto questi raid.
— Un funzionario statunitense, al New York TimesDavanti a Trump ci sono ora due strade, nessuna senza rischi
Per gli analisti, la scelta di Washington sul margine da concedere a Israele apre due scenari opposti — entrambi pericolosi.
Sembrano forti, ma questo non significa che lo siano: la spavalderia iraniana nasconde i gravi danni subiti.
Eyal Hulata — ex consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, Foundation for Defense of Democracies
Non ci sono buone scelte da fare.
Danny Citrinowicz — ex ufficiale dell'intelligence militare israeliana, esperto di Iran
Trump prende le distanze da Netanyahu
Subito dopo l'attacco iraniano, Trump ha detto ad Axios che avrebbe chiesto a Netanyahu di non rispondere, per evitare proprio di "far saltare" l'intesa che Washington sta negoziando da settimane con Teheran. Poco dopo ha telefonato al premier israeliano per trasmettergli lo stesso messaggio. Alcune ore più tardi, però, Netanyahu ha ordinato raid aerei contro diversi obiettivi militari in Iran, compresa Teheran. L'Iran ha replicato lanciando altri missili, anche verso Tel Aviv.
Questa mattina Trump ha chiamato nuovamente Netanyahu per chiedergli di fermare i raid aerei, secondo una fonte israeliana. Il premier avrebbe risposto di essere pronto a fermarsi, ma solo se l'Iran non avesse risposto ancora. Una seconda fonte ha però precisato che Israele avrebbe continuato a colpire obiettivi di Hezbollah situati in Libano. Nelle stesse ore, le Forze Armate iraniane hanno annunciato la sospensione delle proprie operazioni, minacciando però "misure più severe e schiaccianti di prima" in caso di nuova "aggressione", compreso in caso di nuove operazioni militari israeliane nel Libano meridionale.
Un funzionario statunitense ha definito "cordiale" la telefonata di ieri tra Trump e Netanyahu, pur ammettendo le resistenze del premier israeliano. "A Netanyahu è stato detto esplicitamente che questo ciclo deve finire. Gli Stati Uniti non hanno approvato né sostenuto questi raid", ha riferito la fonte. Due funzionari americani hanno quindi negato un coinvolgimento militare statunitense negli attacchi in Iran, mentre un funzionario israeliano sostiene che gli Stati Uniti abbiano aiutato quantomeno a intercettare i missili diretti verso Israele.
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha tuttavia accusato gli Stati Uniti di essere direttamente responsabili delle azioni israeliane e ha avvertito che gli sviluppi "non faranno che peggiorare la già caotica situazione del processo diplomatico". Da parte sua, Trump ha sostenuto che, nonostante i nuovi scontri, i negoziati dovrebbero procedere "rapidamente", a meno che non prevalgano "ignoranza o stupidità" da entrambe le parti.
Il calcolo politico di Netanyahu e il rischio per i negoziati
Per Netanyahu, riprendere a combattere può convenire almeno nell'immediato. Il premier intende così mostrare alla sua base elettorale di essere disposto a tenere testa a Trump, che ieri lo aveva rimproverato per i bombardamenti alla periferia di Beirut. Netanyahu si trova indietro nei sondaggi alla vigilia di una campagna elettorale difficile che deciderà il suo destino politico e solo una settimana fa Trump lo aveva umiliato in una telefonata carica di insulti, definendolo "un fottuto pazzo", come lo stesso presidente ha poi confermato.
Il premier teme inoltre che l'intesa cercata in tutti i modi da Trump con l'Iran possa rivelarsi disastrosa per Israele e legargli le mani contro Hezbollah. Tra gli analisti, però, le opinioni divergono. Eyal Hulata, ex consigliere per la sicurezza nazionale israeliana oggi alla Foundation for Defense of Democracies, ritiene che molto dipenderà dalle prossime mosse di Teheran. A suo giudizio, la spavalderia iraniana nasconde i gravi danni subiti. "Sembrano forti, ma questo non significa che lo siano", ha dichiarato al New York Times.
Più pessimista Danny Citrinowicz, ex ufficiale dell'intelligence militare israeliana ed esperto di Iran, secondo cui "non ci sono buone scelte da fare". Se Trump lascerà a Israele margine per intensificare gli attacchi, l'Iran allargherà la rappresaglia coinvolgendo anche le milizie sciite in Iraq ed attaccando le basi militari americane ed i Paesi del Golfo. Se invece imporrà lo stop, finirà per rafforzare il legame che Teheran cerca da tempo di costruire tra il fronte iraniano e quello libanese.